La mia pelle nel pallone: la storia di Carlo

A volte guardavo quelle maglie che mi ero conquistato con tanta fatica e sacrifici, ma non trovavo più la soddisfazione e la fierezza di quando scendevo in campo pronto a dare il meglio di me.

Un po’ per volta, quel prurito e quei pomfi che andavano e venivano, stavano diventando un ostacolo, un disastro imprevisto. Per colpa di quel prurito insopportabile giocavo male e finivo regolarmente in panchina.

Ma io sono un calciatore, sono abituato a non farmi abbattere dalle sconfitte, anzi, sono proprio le difficoltà le occasioni migliori per imparare a ripartire più forti di prima. Qualcosa doveva pur esserci per uscire da quella situazione!

L’orticaria Cronica Spontanea è subdola: il fastidio non è sempre presente, perciò, ogni volta pensi che il problema si sia risolto, prontamente vieni smentito. Dopo due mesi, mi sono deciso a chiedere aiuto al mio medico curante. Quest’ultimo, sospettando un’allergia scatenata da qualche fattore presente sul campo di calcio, le maglie, l’erba sintetica, mi prescrisse uno stop dagli allenamenti per due settimane e una terapia con antistaminico e cortisonici per attenuare i sintomi allergici. Questo primo tentativo di trattamento, tuttavia, non risolse molto e dopo 15 giorni di riposo forzato tornai a giocare con i pomfi e con il prurito.

Avevo paura che miei compagni e l’allenatore pensassero che le mie fossero scuse e che in realtà fossi diventato scarso. Ero davvero diventato un brocco? I miei problemi poi non erano più solo in campo, ma anche nello spogliatoio: la mia pelle piene di pomfi faceva paura agli altri ragazzi, che forse temevano che avessi una malattia contagiosa e mi stavano alla larga. Dopo la doccia calda poi, la pelle si arrossava ancora di più e sembravo La Pimpa, il cartone che mi piaceva da piccolo, una cagnolina a macchie rosse.

Non mollare Carlo, non mollare, mi ripetevo nella mente ogni volta che il mister mi faceva uscire dalla partita perché quel giorno il dolore e il prurito mi facevano correre alla velocità di una lumaca.

Fu proprio il mio mister, offrendomi una pacca sulla spalla e uno dei suoi rarissimi sorrisi, ad indirizzarmi dallo specialista che oggi è il mio dermatologo. Quando mi sono presentato alla visita, all’inizio non sapevo bene che cosa dire, ero solo pieno di rabbia e di frustrazione, ma dopo poco il medico mi è stato simpatico. Ci credo, tifavamo per la stessa squadra!

Sono uscito dal suo studio con una diagnosi di Orticaria Cronica Spontanea e un nuovo appuntamento pochi giorni dopo, per cominciare la terapia. “Vediamo un po’ se riusciamo a far tornare a segnare questo campione” ha detto il dottore strizzandomi l’occhio, mentre teneva tra le dita la siringa alla quale erano appese le mie speranze.

Nella testa avevo un misto di emozioni, “funzionerà davvero?” non smettevo di chiedermi.

Ogni trenta giorni per i primi sei mesi mi sono recato in ospedale per ripetere la somministrazione, ma mi sono accorto subito che i miei sintomi stavano diminuendo. Dopo la seconda visita, pomfi e prurito erano spariti del tutto: non ci potevo credere!

Io continuavo ad aspettare che si ripresentassero all’improvviso, come al solito, magari peggio di prima, invece era davvero incredibile, l’incubo non tornava.

Così come nello sport, quanto è importante anche nella vita incontrare delle persone in grado di indicarci la strada giusta da seguire!

Avevo capito che quando le risposte sembrano non arrivare, non significa affatto che non ci siano e non bisogna mai smettere di cercarle.

Senza l’aiuto del mio dermatologo avrei sprecato il mio tempo interrogandomi su quale maledizione si fosse impossessata di me e avrei smesso di vivere la mia vita, di fare le cose che mi piacciono, di sognare il mio futuro.

Durante la prima partita che ho giocato di nuovo come titolare non ho segnato, ma mi sentivo un leone e quando il mio compagno ha fatto il goal decisivo, tutta la squadra gli è saltata addosso, me compreso, senza il terrore che il contatto degli altri sulla pelle mi provocasse quel dolore insopportabile che mi aveva accompagnato nell’ultimo anno. Tutto era tornato come prima, meglio di prima, ero più forte e avevo imparato qualcosa.

E adesso i miei campioni non portano solo tacchetti e parastinchi, ma indossano anche il camice bianco!

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