La pelle come canale comunicativo e relazionale:
La dimensione sociale e psicologica nella psoriasi

Rosabianca Alessandra

La pelle rappresenta un delicato involucro che, nello stesso tempo, ci separa e ci connette a ciò che ci circonda. In relazione al senso del tatto, essa contiene una vasta gamma di sensori che ci permette di discriminare il gran numero di stimoli che provengono dal mondo esterno. Tutte le forme di tatto infatti, dai più delicati movimenti di un singolo pelo alla più forte pressione sulla carne, sono registrati dai sensori della pelle. Il tatto è il primo dei sensi a comparire nel feto, e continua a sostenere lo sviluppo del neonato anche dopo la nascita grazie al contatto pelle-pelle tra madre e bambino. Appare quindi evidente come il sistema epidermico e il tatto siano condizioni essenziali per la vita e la relazione.

La percezione della pelle va però ben oltre al tatto in senso stretto, e si estende a tutta una serie di esperienze sensoriali qualitativamente differenti. Incredibilmente irrorata e innervata lungo tutta la sua superficie, la pelle rappresenta uno straordinario sistema di comunicazione e informazione da e verso il mondo esterno.

In definitiva si tratta di un canale fondamentale di conoscenza, maturazione, protezione e differenziazione. Essa ha il compito di difenderci ma non isolarci, differenziarci senza farci sentire soli, metterci in contatto col mondo senza esserne soverchiati o farci sentire nudi e indifesi.

La pelle è quindi una nostra alleata, sia nelle relazioni con l’esterno, che nel rapporto con noi stessi. O così almeno dovrebbe essere.

Purtroppo, per chi soffre di patologie come la psoriasi, questo non è sempre vero. Infatti, le manifestazioni e l’estensione delle lesioni cutanee possono avere una ricaduta negativa a livello psicologico, generando vissuti depressivi, di disagio e vergogna, arrivando a intaccare l’immagine di sé e la propria autostima, e portando finanche al ritiro sociale e all’isolamento. Spesso il disagio fisico dovuto ai sintomi cutanei è descritto come meno forte di quello dovuto allo stigma sociale.

Diventa allora importante affidarsi a uno specialista o a un’equipe che, oltre a tenere sotto controllo la malattia e a migliorarne il decorso clinico, diano la giusta attenzione alle componenti psicologiche e relazionali di una patologia che non può essere considerata meramente una malattia della pelle. È quindi importante adottare un approccio olistico che consideri la persona nella sua interezza, e che questa assuma un ruolo attivo nel processo di cura.

Se pensiamo infatti alla pelle come a un contenitore, non possiamo certo trascurare il suo contenuto, ovverossia l’individuo nella sua globalità, che non si esaurisce nella componente bio-medica ma include, tra le altre, la dimensione sociale e quella psicologica, di cui la percezione di sé e le relazioni con gli altri fanno parte. Considerato che, nelle patologie come la psoriasi, queste dimensioni possono essere alterate, è importante tenerne conto al fine di prendersene cura e migliorarle. Se da una parte è doveroso accogliere le difficoltà, dall’altra è fondamentale valorizzare le risorse del singolo per fare sì che la pelle torni ad essere un alleato e non un nemico.

Non lasciatevi definire dalla vostra malattia: voi siete molto altro!



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